mercoledì 7 dicembre 2016

Non possiamo essere d'accordo

Ricevo da Claudio e molto volentieri pubblico: Marco Politi, giornalista e autore italo-tedesco, su Der Spiegel scrive una lettera aperta al ministro Schäuble per spiegare le ragioni del suo NO al referendum. L'endorsement del ministro tedesco non ha portato bene, per l'ennesima volta il leader sponsorizzato da Berlino ha perso. Grazie Claudio per l'ottima traduzione!


Wolfgang Schäuble ha consigliato agli Italiani di approvare la riforma costituzionale di Matteo Renzi. Ciò provoca il disappunto del giornalista italiano Marco Politi che in una lettera aperta illustra per quale motivo rigetta la riforma.

Onorevole Ministro Schäuble,


anche Lei, come in precedenza aveva fatto il Presidente Obama, si è recato in pellegrinaggio nelle vesti di uno dei tre Re Magi nella grotta della nostra riforma costituzionale, per dire agli Italiani cosa avrebbero dovuto scrivere domenica sulla scheda elettorale. Molti Italiani e molti miei colleghi giornalisti hanno percepito come un bizzarro atto di intromissione il fatto che Lei il martedì precedente in una tavola rotonda organizzata a Berlino avesse detto: “Se potessi, la voterei”, voterei cioè in favore di Matteo Renzi, voterei SÌ, voterei la riforma costituzionale.


A me preme in modo particolare appellarmi a ciò che unisce noi due: sia io che Lei siamo cittadini europei. Entrambi abbiamo una madre tedesca. Anch'io, come Lei, ho trascorso la mia gioventù in Germania e lì ho vissuto da vicino i valori di cui i Tedeschi vanno giustamente orgogliosi: responsabilità, onestà e senso civico. Ma allora per quale motivo consiglia a noi Italiani qualcosa che Lei e i suoi concittadini – di questo ne sono certo – rifiutereste? 

In Germania avete un Senato, il Consiglio Federale, in cui i Presidenti delle Regioni prendono le decisioni e si delibera ciò che i rispettivi Consigli Regionali ritengono appropriato – per me un esempio calzante di autonomia delle Regioni. Perché allora deve suggerire proprio a noi Italiani un tipo di Senato del quale farebbero parte, in seguito alla riforma costituzionale di Renzi, i consiglieri regionali e i sindaci, i quali si recherebbero occasionalmente a Roma, per poi decidere a loro piacimento, senza essere vincolati ad alcun mandato del proprio partito o della propria Regione?

A ciò si aggiunge il fatto che questa congrega raffazzonata e raccogliticcia di senatori godrebbe anche dell'immunità parlamentare, cioè non sarebbero penalmente perseguibili, né per ciò che concerne la loro attività in Senato né per tutto ciò di cui sono responsabili a livello locale. Lei in Germania darebbe il benestare a un tale sgorbio giuridico? E sarebbe disposto ad accettare che il governo Renzi diffondesse menzogne affermando che grazie a tali modifiche sarebbe possibile risparmiare 500 milioni di euro quando in realtà si tratta di meno di 60 milioni?

In questi giorni ho ripreso in mano la Costituzione tedesca e me la sono riletta. È formulata in modo chiaro e comprensibile al pari della nostra. C'è invece qualcuno in Germania che si è preso la briga di leggere la riforma di Renzi? In quel caso gli sarebbe saltato agli occhi che i paragrafi di cui è composta risuonano aridi e sono redatti in un orrendo italiano burocratico.

Modificare la Costituzione può in taluni casi risultare necessario e auspicabile. Di conseguenza tale possibilità è contemplata in ogni Costituzione che si rispetti. In tali circostanze è però necessario procedere con la massima cautela. In Italia, sotto la responsabilità di Matteo Renzi, a mio giudizio ciò non è avvenuto. Al contrario, domenica verremo sottoposti ad un'accozzaglia di ben 45 modifiche costituzionali alle quali sarà impossibile dare il nostro assenso votando SÌ.

Lei, onorevole Ministro delle Finanze, vive in un Paese che ha imparato il Federalismo e che lo mette in pratica in modo convincente. Perché nella nuova Costituzione italiana – a parte la divisione delle competenze tra Stato e Regioni – dovrebbe esserci anche una clausola per la “difesa dell'interesse nazionale” che consentirebbe a Roma di decidere se, ad esempio, nella cittadina medievale di Otranto in Puglia debba essere costruito o meno un porto per gli ormeggi degli yacht?

Sentenze che vengono pronunciate quando i fatti sono caduti in prescrizione ormai da tempo

Probabilmente Lei potrà anche essere d'accordo con me su alcuni di questi punti sollevati ma certamente obietterà che rappresenta un ”interesse politico” del suo governo il fatto che Matteo Renzi mantenga il potere a Roma. Sarei molto curioso di capire meglio la natura di questo interesse.

A me sembra che l'attuale governo italiano sotto molti aspetti non sia conforme agli standard europei. In un Paese in cui la somma dell'evasione fiscale ammonta tra i 180 e i 270 milioni di euro, sono in molti ad avere problemi con un Primo Ministro che nel suo discorso d'insediamento di quasi tre anni fa non ha fatto alcun cenno su come volesse debellare questa piaga. Un premier che demonizza l'operato dell'Agenzia delle Entrate (ovviamente poco amata ovunque) e che prima del referendum ha promesso di “rottamarla”, per poi in fin dei conti limitarsi solamente a cambiarle nome.

A me questo non sembra essere un governo orientato verso la “buona norma” europea. Inoltre mi chiedo se i criteri “tedeschi” vengano soddisfatti nel momento in cui un Primo Ministro reclami a Bruxelles diversi miliardi per i migranti che sono sbarcati nel proprio Paese così come per i danni provocati quest'anno da diversi terremoti, quando poi si viene a scoprire che i buchi del bilancio italiano sono in realtà decisamente inferiori.

Lei cosa intende esattamente quando parla della “stabilità” che renderebbe tanto gradito il governo Renzi? Di sicuro anche a me in certe occasioni questo governo sembra estremamente stabile, ad esempio quando ripenso al fatto che in circa mille giorni di governo non ha mosso un dito per sbrogliare il complicato sistema giuridico italiano che – tanto per dire - premia certi reati economici come il riciclaggio di denaro o l'evasione fiscale attraverso processi e sentenze lunghissime che vengono pronunciate solo quando il reato è già caduto da tempo in prescrizione.

Concludendo, egregio Signor Schäuble, la pregherei di rivelarmi cortesemente un piccolo segreto! In Germania sarebbe altrettanto possibile che il Consiglio dei Ministri promulghi il bilancio annuale e il giorno successivo nessun ministro sappia cosa è stato esattamente deciso e che, soprattutto, il Parlamento debba attendere diverse settimane prima di poter approvare tale bilancio nonostante vi siano precise regole e scadenze che regolano tali procedure? Che Lei ci creda o meno, questo è il livello di complessità raggiunto a Roma da quando è cominciata la “rottamazione” di Matteo Renzi.

Io non pretendo certo, Signor Ministro, che lei si fidi di me ciecamente, però in poche ore può procurarsi tutte le informazioni circa la situazione nostrana. Ma sono sicuro che si fiderà di un Suo collega, il nostro ex Primo Ministro Mario Monti. Di recente, infatti, egli ha dichiarato che nel progetto di riforma oggetto del referendum prevalgono gli aspetti negativi, caldeggiando così di votare no (o “nein”, se preferisce) domenica.

Si fidi di lui e non si lasci influenzare da consiglieri poco e male informati.

Distinti saluti,

Marco Politi



Marco Politi è un giornalista e un autore italo-tedesco. È stato corrispondente dall'estero del quotidiano romano “Repubblica” e per 20 anni uno dei più rinomati conoscitori del mondo Vaticano. Le sue biografie sui Papi Giovanni Paolo II e Francesco sono bestseller internazionali.

Un'analisi della situazione italiana dopo il voto del 4 dicembre

Al di là dei cliché razzisti alla Gumpel e Piller, di cui la stampa tedesca non è mai avara, a volte si riescono a trovare anche analisi piu' equilibrate sulle reali conseguenze del voto del 4 dicembre. Su Makronom.de Philipp Stachelsky prova a rispondere ad alcune domande sugli effetti del voto italiano. Da Makronom.de


Hanno vinto i populisti (di destra)?

Non necessariamente. Sicuramente la campagna contro la riforma costituzionale è stata portata avanti anche da partiti che possiamo ricondurre all'area populista. Fra questi ci sono il M5S, Forza Italia e la Lega Nord (sebbeno quest'ultimo potrebbe essere classificato come una classica forza di estrema destra).

Il NO tuttavia è stato supportato da un'ampia alleanza, ad esempio da alcuni sindacati e da pezzi dello stesso partito di Renzi. Anche nella società civile la riforma ha trovato dei veri e propri avversari. Renzi stesso si è servito di un metodo che puo' essere classificato come populista: per far passare la riforma ha legato il suo personale destino politico con il referendum. Sperava di poter sfruttare i suoi (allora) alti livelli di popolarità - ma di fatto si è rilevato un errore fatale.

Esiste la minaccia di un Italexit?

Può sembrare strano: la famosa Italexit, cioè l’uscita dell'Italia dall'Euro, con la bocciatura della riforma costituzionale è diventata più improbabile. Cio' è dovuto prima di tutto alla necessaria e molto probabile modifica della legge elettorale. Il cosiddetto Italicum prevede infatti che il partito che raggiunge il 40% dei voti ottenga come premio di maggioranza il 55% dei seggi. Se nessun partito raggiunge il 40 % si va al ballottaggio fra i primi due partiti e il vincitore ottiene il premio di maggioranza. La legge avrebbe dato quindi ad un solo partito una maggioranza assoluta dei seggi - e quel partito secondo gli attuali sondaggi avrebbe potuto essere il Movimento 5 Stelle.

Questa legge elettorale, secondo la maggior parte degli osservatori, verrà in qualche modo rivista da un governo di transizione, in quanto era stata progettata sul presupposto che la riforma costituzionale alla fine sarebbe passata. Sono stati inoltre presentati dei ricorsi sui quali la Corte Costituzionale è chiamata a pronunciarsi nelle prossime settimane.

Il secondo ostacolo per un referendum sull'uscita dall'Euro è nella Costituzione italiana. Questa all'articolo 75 chiarisce che non puo' esserci un referendum su una legge di ratifica dei trattati internazionali. Per una riforma della costituzione ci sarebbe bisogno sia alla Camera che al Senato di una maggioranza di due terzi - che per gli euro-critici a causa della probabile revisione della legge elettorale è ancora molto lontana. Per un eventuale governo euro-critico sarebbe tuttavia possibile indire un referendum consultivo non vincolante. Ma questo potrebbe essere un problema nel medio termine.


L'italia farà le riforme urgenti e necessarie?

Su una parte della stampa tedesca è ormai consuetudine ripetere che le riforme in Italia vengono fatte ad un ritmo troppo lento e che manca la volontà di riformare. Di fatto in Italia negli ultimi anni si è fatto molto. Renzi ad esempio è riuscito a far approvare una controversa riforma del mercato del lavoro che ha notevolmente ridotto le tutele contro il licenziamento. Anche il „Labour Market Reforms Database“ della Commissione UE mostra che solo pochi paesi europei dopo la crisi finanziaria hanno fatto piu' riforme di quante ne abbia fatte l'Italia - una larga parte di queste riforme sono state fatte durante il governo di Mario Monti, che notoriamente era a capo di un governo di tecnocrati.

Questa scala puramente quantitativa non dice naturalmente nulla sulla qualità delle riforme. E non significa che l'Italia non abbia bisogno di ulteriori riforme. E’ probabile pero’ che per i futuri governi italiani, dopo l'approvazione delle riforme, sarebbe stato piu' facile far passare le leggi (fatto che di per sé non dice nulla sulla loro qualità). 

Che l’Italia abbia bisogno di ancora piu' riforme o di riforme esclusivamente sul lato dell'offerta è un fatto ampiamente discutibile. Gli economisti che di tanto in tanto danno uno sguardo al lato della domanda argomentano che per la ripresa italiana sarebbe necessario un forte stimolo economico da realizzarsi con una maggiore spesa pubblica.


L'Italia avrà dei massicci problemi di rifinanziamento?

Improbabile, anche se il governo ha un debito pari al 133% del PIL - solo la Grecia ha un rapporto debito-PIL piu' alto. Di conseguenza se i tassi sul debito italiano dovessero salire sarebbe tutt'altro che facile. Proprio prima del referendum i rendimenti sui titoli di stato italiani erano cresciuti in modo significativo: in agosto i titoli decennali erano appena sopra l'1%, nelle ultime settimane erano saliti sopra il 2%.

Tuttavia questo aumento dei rendimenti non deve essere sopravvalutato. Secondo l'agenzia del debito italiana, il prossimo anno lo stato dovrà rifinanziare debiti per un valore pari a 318 miliardi di Euro. Vale a dire circa il 14% di tutto il debito in circolazione. Per una larga parte dei titoli in scadenza nel 2017 lo stato ha dovuto pagare fino ad ora dei tassi nettamente superiori rispetto a quelli ottenibili sui mercati in questo momento. E la prima reazione fa pensare che in futuro i mercati non richiederanno tassi piu' alti dallo stato italiano: i rendimenti si muovono all'incirca sui livelli delle settimane che hanno preceduto il voto. Sembra quasi che i mercati avessero già prezzato l'esito del referendum nelle quotazioni.

Se la situazione restasse immutata, l'Italia potrebbe proseguire il processo di rientro dal debito a condizioni decisamente piu‘ favorevoli rispetto a quelle degli anni precedenti. La spesa per interessi nel bilancio pubblico italiano (attualmente pari al 3.8% del PIL) continuerebbe a scendere, anche se non cosi' rapidamente come si poteva pensare nei mesi estivi.

E anche se i rendimenti dovessero schizzare verso l'alto e l'Italia dovesse avere problemi a trovare denaro a sufficienza sul mercato primario per rimborsare il proprio debito, in caso di emergenza la BCE potrebbe alleggerire il peso del debito con un allargamento del suo programma di acquisto di titoli (QE). La banca centrale in quel caso dovrebbe comprare una quantità maggiore di titoli italiani rispetto a quanto previsto nel piano precedente.

Non è tuttavia chiaro come reagiranno le agenzie di rating al NO: S&P e Moody hanno recentemente confermato il loro rating sull'Italia, Fitch ha abbassato l'outlook a negativo. DBRS aveva segnalato la possibilità di un downgrade in caso di fallimento del referendum. Se le agenzie decideranno realmente di fare il downgrade è ancora presto per poterlo dire. Fatta eccezione per S&P, il debito italiano, presso tutte le altre 3 agenzie, ha ancora un buffer di almeno un gradino prima di entrare nell'area dei titoli speculativi.

La crisi economica e bancaria si aggraverà?

L'incertezza politica sicuramente non migliorerà il clima per gli investimenti. Tuttavia le reazioni al post-brexit hanno mostrato che sia l'economia reale che i mercati finanziari si sono ormai abituati a questi eventi schock. La Spagna è sopravvissuta quasi un anno senza un governo e senza collassare.

La question piu' importante sarà lo sviluppo della crisi bancaria. Le banche italiane - anche a causa della debole congiuntura economica - hanno una quantità enorme di sofferenze nei loro bilanci. Soprattutto MPS negli ultimi mesi è stata messa sotto pressione. La banca piu' antica del mondo sta cercando di raccogliere capitale fresco dagli investitori privati e di vendere una parte del suo portafoglio di crediti deteriorati. Ci sono già voci relativi ad incontri con investitori che stanno trattando la loro partecipazione in MPS. Se il tentativo di risanamento dovesse fallire il dibattito sui salvataggi con i fondi statali dovrebbe ricominciare da capo.

Che cosa significano le dimissioni di Renzi per i poteri europei?

Renzi negli ultimi anni fra tutti i leader europei è stato quello che con maggiore veemenza ha chiesto la fine delle politiche di austerità. Si puo' ragionevolmente pensare che con la sua uscita di scena saranno rafforzati i paesi che prima di tutto insistono sulla necessità delle regole di bilancio e sulle riforme dal lato dell'offerta. 

Tuttavia si potrebbe anche ipotizzare che un governo tecnocratico che agisce in maniera meno plateale potrebbe avere addirittura maggiori chance, almeno nel breve periodo, di ottenere da Berlino e Bruxelles margini di manovra piu' ampi per la politica fiscale. Il ragionamento dietro questa tesi è il seguente: Renzi in passato ha agito in maniera molto aggressiva contro i diktat di risparmio tedeschi ed europei - fatto che ha reso molto piu' difficile per i paesi sostenitori di queste posizioni cercare di andargli incontro; ogni concessione poteva essere considerata come il risultato di un tentativo di ricatto, indipendentemente dalla realtà dei fatti. Che in particolare il governo tedesco non sia particolarmente sensibile verso questo tipo di atteggiamento, è stato reso evidente dalla umiliazione duratura e continuativa del governo greco di Syriza. 

Quindi, se oggi un governo tecnico italiano dovesse chiedere una politica di bilancio piu' accomodante senza destare troppo scalpore, potrebbe avere un discreto successo. Alla fine gli altri governi europei, incluso quello tedesco, per paura di un rafforzamento delle forze euro-critiche potrebbero concedere all'Italia una politica fiscale piu flessibile per rimettere l'economia italiana di nuovo in pista e togliere la benzina dell'insoddisfazione economica dal motore dei movimenti in ascesa. E' possibile, sebbene non cosi' probabile.




lunedì 5 dicembre 2016

Heiner Flassbeck: il terremoto italiano


Le elezioni in Austria e il referendum in Italia hanno avuto un esito diverso, ma le conseguenze di entrambi i voti saranno molto serie. E' da sciocchi non capire che la costruzione europea senza misure drastiche e immediate potrebbe crollare.

Quando la terra trema, si possono sentire gli effetti anche a migliaia di chilometri. Le scosse di assestamento sono solitamente meno intense. Quando a tremare è la politica, avviene spesso il contrario: gli effetti immediati sono piccoli, ma le scosse di assestamento hanno effetti devastanti.

Ieri ci sono stati due terremoti politici. Il primo, a nord delle Alpi, è stato un piccolo terremoto, e poi più' a sud un terremoto la cui intensità non può' essere ancora misurata sulla scala Richter. In Austria ha preso il 48 % dei voti il rappresentante di un partito che considera il sud-Europa una unica regione in bancarotta il cui solo obiettivo sarebbe quello di sfilare denaro dalle tasche del ricco e produttivo nord. Molti "buoni europei" oggi si rallegrano del fatto che il rappresentante di questo partito non abbia raggiunto il 51% e vedono le prime luci alla fine del tunnel populista. Non vogliono ammettere pero' che la luce potrebbe essere un treno che viaggia nella direzione opposta. 

In Italia, il primo ministro che poteva essere considerato come l'ultima speranza europea, ha perso in maniera clamorosa un voto referendario. Sebbene non fosse mai stato eletto, Renzi era la personificazione dell'auspicio "tutto andrà bene" con cui la politica del nord cercava di imbalsamarsi per non percepire il puzzo di marcio che invece si stava diffondendo. Renzi ha cercato di opporsi all'egemonia tedesca, ma è rimasto nell'ambito del simbolico. Si è dato da fare sul percorso delle "riforme strutturali", probabilmente senza capire che erano un errore, anche senza il voto negativo degli elettori.

Il nord ora si augura una "tecnocratizzazione" dell'Italia guidata da uomini che ovviamente possano capire meglio di un governo eletto cosa c'è da fare per evitare il collasso della casa europea. Ma che tipo di professionisti vorremmo avere? Esperti in materia di "riforme strutturali" che riportano il paese alla crescita anche contro la logica macroeconomica? Si sta pensando forse ad esperti come il Ministro delle Finanze Padoan, che da ex rappresentante del FMI e capo economista dell'OCSE sa esattamente cosa si deve fare per riformare un paese sul lato dell'offerta? C'è bisogno di un'agenda radicalmente neo-liberale alla François Fillon per rendere il paese nuovamente competitivo?

Quello che non si riesce a capire né in Italia né in Francia (e lo dico consapevolmente dopo le esperienze dolorose delle settimane passate) è il fatto che la Germania, dall'inizio dell'unione monetaria, con la sua politica ha bloccato questa possibilità. La sola possibilità di riformare con successo un paese sul lato dell'offerta consiste nel migliorarne la competitività e quindi nel mercantilismo e nelle politiche di beggar-my-neighbour. Ma è esattamente quello che la Germania da molto tempo con il suo mercantilismo ha reso impossibile. Perché il vantaggio assoluto che la Germania ha surrettiziamente conquistato con il suo dumping salariale è cosi' grande che nessun paese (ad eccezione dell'Irlanda, un paese decisamente atipico) puo' migliorare la sua posizione competitiva senza dover passare dall'inferno dei massicci tagli salariali, della recessione e della disoccupazione. Chi prova a farlo dal centro dello spettro politico, alle elezioni successive viene immediatamente ed irrevocabilmente punito dalle forze nazionaliste a destra.

La Germania, con la sua insistenza sulle regole del patto di stabilità e crescita, per ragioni puramente ideologiche, blocca ogni tentativo di uscita dalla crisi sul lato della domanda.

La via di uscita dalla crisi europea porta direttamente al nazionalismo. Per questo non è esagerato dire che la Germania è direttamente responsabile del nazionalismo nel sud-Europa. Del nazionalismo del nord è responsabile solo indirettamente: soprattutto per aver mentito ai tedeschi raccontando che il sud pigro dipende dai trasferimenti del nord, aprendo quindi la strada ai partiti di destra. 

Ora si deve guardare a come i politici e i media tedeschi, in considerazione di questi fatti, gestiranno la questione europea e le responsabilità tedesche. In questo modo potremo capire qual'è il livello di confusione in Europa. Unire i punti che permettono alla politica di fare qualche passo nella giusta direzione è un compito molto difficile. Il terremoto italiano e l'ascesa del nazionalismo austriaco con un po' piu' di lungimiranza potevano essere evitati. Ma la lungimiranza e la comprensione non sono cio' che ci si puo' aspettare dal sistema politico, mediatico ed accademico in Germania ed in Europa. 

domenica 4 dicembre 2016

Der Spiegel: gli italiani sono i nuovi tedeschi?

Thomas Fricke, economista e giornalista, su Der Spiegel ricorda ai tedeschi che l'Italia ha i conti in ordine e non può' prendere lezioni dai professoroni tedeschi. Da Der Spiegel


Gli italiani non corrispondo alla cultura della stabilità tedesca - allora fuori dall'Euro? Sciocchezze. Il paese avrebbe bisogno di una situazione finanziaria piu' leggera.

Gli scenari di crisi sono già stati delineati. Se gli italiani domenica dovessero votare contro la riforma costituzionale i mercati finanziari potrebbero impazzire, le banche sarebbero insolventi e l'Italia alla fine sarebbe costretta ad uscire dall'Euro. In Germania a qualcuno sicuramente brilleranno gli occhi dalla gioia. Motto: l'avevamo sempre saputo. Gli italiani vivono al di sopra dei loro mezzi, sono troppo rilassati e non vogliono fare le riforme - invece di imparare dai virtuosi tedeschi, ah, proprio noi. Non puo' funzionare: aver messo insieme sotto la stessa moneta delle culture cosi' diverse è stato un errore.

La riflessione sembra ovvia, chiaro - almeno per coloro che considerano sopravvalutate le analisi macroeconomiche. E al contrario si concentrano sulle analisi popolari (cosa che da noi accade molto spesso quando si parla dei sud-europei). Noi diligenti e laboriosi, voi pigri.

Solo che andando ad osservare i fatti piu' da vicino le cose sono un po' differenti. Si puo' accusare gli italiani di altre cose (calcio difensivo), ma non si puo' certo dire che non stiano copiando la virtuosa casalinga tedesca. Al contrario. E cio' ci fa pensare che probabilmente questo non è il problema. E che invece sia piuttosto il nostro Herr Schäublino. Fact checking.

I debiti delle famiglie sono piu' bassi che in Germania

E' vero che l'economia italiana non cresce, fatto che rende il risanamento delle banche ancora piu' difficile. La domanda pero' è perché? Perché gli italiani non tirano un po' di piu' la cinghia e lo stato non è un po' piu' generoso?

- Se il debito pubblico in Italia è cosi' alto dipende molto di piu' dalla situazione ereditata dal passato che non dalle condizioni attuali. Le amministrazioni pubbliche consumano oggi il 4.4% in meno rispetto al 2010 - una tale diminuzione in Germania dopo le riforme di Schröder non si è mai piu' verificata.

- Il deficit pubblico italiano quest'anno per la quarta volta dal 2011 sarà sotto il 3% del PIL - nonostante il calo delle entrate fiscali dovuto alla crisi; in una situazione economica simile i tedeschi non erano riusciti a raggiungere lo stesso obiettivo. Se si sottraggono i costi per gli interessi, il bilancio pubblico italiano avrà nel 2016 un avanzo primario del 4% - il nostro maestrino dello Schwarze Null arriva a malapena all'1%.

- Stessa situazione per le finanze private - dove i consumi sono inferiori del 5% rispetto al 2007; non c'è da meravigliarsi se i salari reali da anni in Italia stanno scendendo - a causa della Dolce Vita.

- Tutto a debito? Sciocchezze, i debiti delle famiglie sono il 90% del PIL, piu' bassi che in Germania (93 % del PIL). Casalinga toscana.

- L'inflazione italiana è da 3 anni a zero, leggermente più' bassa della nostra - se fosse possibile si potrebbe dire che la Bundesbank è segretamente trasferita a Roma; chi cerca prezzi stabili deve emigrare in Italia.

- Costi troppo alti per l'economia? Il costo del lavoro per unità di prodotto dal 2012 in termini nominali è salito solo dell'1.5%. Per fare un confronto: in Germania gli stessi costi sono cresciuti del 5.7%.

- Fatto che a sua volta contribuisce alla riduzione dei prezzi degli esportatori italiani - la cui competitività dal 2009 è cresciuta di un decimo, molto meglio che da noi.

- Ding-Dong: l'Italia ha un avanzo commerciale record con l'estero (anche grazie alle importazioni deboli) - oltre il 3% del PIL annuo. Che tradotto significa che il paese vive al di sotto delle proprie possibilità. E non al di sopra.

Ora qui non vogliamo dire che gli italiani fondamentalmente sono come i tedeschi, solo un po' meglio (probabilmente nemmeno gli italiani sarebbero d'accordo). E non voglio dire nemmeno che non c'è la necessità di un miglioramento nell'efficienza della pubblica amministrazione italiana. Ma c'è una certa differenza con il tipico e altisonante discorso tedesco sulla diversa cultura della stabilità. Avanzi commerciali con l'estero, moderazione salariale, equilibrio di bilancio - anche gli italiani lo sanno fare.

L'economia italiana oggi investe il 25% in meno rispetto al 2008

E come contro-prova: cosa sarebbe successo se nel 2005 Gerhard Schröder, con oltre 5 milioni di disoccupati avesse indetto un referendum per eliminare il Bundesrat, e quindi dare la possibilità al governo di introdurre ulteriori riforme Hartz, tagli alle pensioni e tasse aggiuntive? All'incirca quello che sta facendo Renzi adesso. La risposta tedesca la si puo' intuire osservando il risultato delle elezioni del 2005. Tschuss, Gerd.

Il problema italiano è altrove. Dalle sole politiche di stabilità non puo' emergere una dinamica di crescita - logico. Secondo i calcoli OCSE oggi l'economia italiana potrebbe crescere di oltre il 4 % in più' - con le risorse disponibili attualmente. Senza ulteriori riforme. Se solo la congiuntura economica si mettesse in moto.

Qui c'è il vero dramma. L'aspetto negativo del contenimento della spesa e dei tagli è evidente: le imprese dopo non hanno alcuna ragione per investire. Fatto che da solo potrebbe spiegare una buona parte della crisi. L'economia italiana oggi investe un quarto in meno rispetto al 2008. Da dove dovrebbe arrivare la crescita della produttività e l'innovazione?

Se ciò' corrisponde alla verità, non servono a nulla gli appelli pro-austerità dei professoroni tedeschi. Oppure sollecitare l'italo-uscita perché gli italiani sarebbero cosi' diversi da noi. Soprattutto nel 2015 Renzi ha introdotto una tanto lodata riforma del mercato del lavoro, secondo cui per i lavoratori neo-assunti vale una ridotta tutela contro il licenziamento. Qualcuno avrebbe dovuto osare la stessa riforma in Germania. Secondo i rapporti OCSE nessun'altro paese negli ultimi 2 anni ha fatto cosi' tante riforme come l'Italia.

Di fatto le riforme non avranno effetti positivi fino a quando la congiuntura non prenderà slancio. Allora c'è qualcosa di profondamente doloso, quando un ministro delle finanze tedesco in Europa, a causa di una qualche incomprensione, blocca ogni tentativo di rilanciare in maniera massiccia gli investimenti. Senza che la vera fine della crisi sia in vista.

giovedì 1 dicembre 2016

Lavoro in affitto, schiavitu' moderna?

NachDenkSeiten.de intervista Mag Wompel, giornalista, sociologa ed attivista sindacale, impegnata nella difesa dei diritti dei lavoratori interinali.  

Fra i meccanismi che nel nostro paese favoriscono l'impoverimento e la diffusione della miseria, accanto ad Hartz IV, c'è soprattutto il cosiddetto lavoro in affitto (Leiharbeit), con il quale i lavoratori vengono dati in affitto, come se fossero merci, e spesso sono costretti a vivere in condizioni precarie e in povertà. Nonostante la posizione espressa dalla confederazione sindacale DGB, stesso salario per lo stesso lavoro, c'è da temere che anche la prossima tornata di contrattazione collettiva non cambi la situazione. Intervista alla giornalista e attivista sindacale Mag Wompel.

Frau Wompel, abbiamo già parlato piu' volte della logica disumana di Hartz IV, e del fatto che con Hartz IV le élite abbiano aperto il fuoco automatico sui salariati. Quali sono le conseguenze concrete?

Io preferisco parlare di leggi Hartz, poiché l'Agenda 2010, in tema di politica sociale e del lavoro, non si è occupata solamente di ridurre i diritti dei disoccupati, al suo interno contiene infatti anche norme di deregolamentazione massiccia, ad esempio per quanto riguarda il lavoro interinale. Si tratta di un elemento particolarmente significativo in quanto i lavoratori possono essere messi sotto pressione con due morse: da un lato la paura della disoccupazione, dall'altro la paura dell'impoverimento e della privazione dei diritti nei periodi di disoccupazione. 

Vorrei ribadire che nel nostro paese ci sono circa 5 milioni di persone che non possono vivere del loro salario e che per questo devono chiedere un sussidio Hartz IV. Detto diversamente, e considero questo punto importante, le aziende possono permettersi di pagare uno "stipendio" insufficiente per vivere. Prima, in queste condizioni, dovevano presentare istanza di fallimento, oggi al contrario fanno degli extra-profitti. Perchè? Perché noi lavoratori paghiamo una parte dei loro costi del personale. L'economia di mercato funziona in maniera splendida - soprattutto per il capitale, perché il rischio d'impresa è a carico delle  vittime del sistema.

Questa crescita massiccia della dipendenza dal salario è stata agevolata anche dalla condotta dei sindacati, sotto l'influenza del "feticcio del lavoro", come lo chiamo io: per loro "qualsiasi posto di lavoro" era molto piu' importante, ad esempio, della qualità della vita. E anche oggi, dopo molti anni, motivano la loro ridotta capacità di mobilitazione ripetendo che le leggi Hartz IV ne sarebbero la vera causa: tagli salariali, povertà, intensificazione del lavoro, straordinari non pagati, enormi disturbi da stress - tutto cio' per molti è sempre meglio dello spettro di Hartz IV.

E la situazione continua a peggiorare, perché una volta che la ricattabilità dei salariati è stata riconosciuta, non è facile levarsela di dosso. E non dobbiamo dimenticarlo: in piu' di 10 anni di leggi Hartz, oltre 10 milioni di persone sono entrate nell'inferno dei Jobcenter come clienti. 

Lei parla del lavoro in affitto come di un elemento molto importante in questo contesto. Che cosa si intende per lavoro temporaneo -  e come si è sviluppato nel nostro paese?

Legalmente si parla di lavoro temporaneo per nascondere il fatto che le persone sono date in affitto come se fossero merci: da un prestatore ad un altro che le prende in prestito. Noi invece preferiamo parlare di moderna "tratta degli schiavi". E come in ogni commercio anche qui alla fine ci deve essere un guadagno, che infatti i lavoratori interinali pagano con un salario che è fino al 40% inferiore rispetto a quello dei dipendenti a tempo indeterminato.

La diffusione dei bassi salari anche nel settore del lavoro interinale favorisce sempre piu' una sostituzione dei lavoratori fissi con i lavoratori temporanei. Molte aziende hanno un loro bacino di lavoratori da cui attingono. Quello del lavoro in affitto è stato un settore relativamente stabile e di nicchia fino al 2003: nel 1996 i lavoratori temporanei erano 177.935 mentre nel 2003 erano saliti a 327.789. Hanno continuato a crescere fino a triplicare nel 2011, mentre alla fine del 2016 gli interinali saranno probabilmente piu' di un milione.


Possiamo dire che senza il consenso dei sindacati non ci sarebbe stato il boom del lavoro in affitto?

La risposta piu' semplice è si'. Ma da un lato bisogna anche aggiungere che il lavoro temporaneo non è la sola forma di precarizzazione. La precarizzazione, in quanto condizione di vita e di lavoro non sicura e non pianificabile, inizia con i contratti di lavoro a tempo determinato, passa attraverso le clausole tariffarie diversificate e finisce con i contratti d'opera. Gli ultimi dati disponibili ci dicono che nel 2014 i contratti collettivi si applicavano solo al 45 % degli occupati.

Per i lavoratori a tempo quali sono gli elementi piu' negativi in questa situazione?

Possiamo dire che cosi' come i disoccupati e i migranti sono utilizzati contro la forza lavoro per ottenere rinunce salariali e peggiori condizioni, i lavoratori interinali svolgono lo stesso ruolo all'interno delle aziende nei confronti degli occupati stabili, a volte sono usati anche come "crumiri".

Il lavoro temporaneo non ha una buona reputazione, ed è normale che sia cosi'. I  lavoratori interinali spesso non hanno un'alternativa, in quanto la maggioranza delle posizioni aperte sono nel lavoro interinale e i Jobcenter le propongono ai disoccupati sotto la minaccia di sanzioni. Fino al 40% di salario in meno - con una forte differenziazione a seconda del settore - spesso senza alcun elemento salariale accessorio aggiuntivo e meno diritti. Dei loro pochi diritti la maggior parte non sa nulla, oppure se li conoscono vi rinunciano volontariamente, per paura di perdere il lavoro.

Dalle aziende sono considerati come un fattore per la riduzione del costo del lavoro, fanno paura ai lavoratori dipendenti stabili e in piu' sono un carico di lavoro aggiuntivo perché ogni volta devono ricevere la formazione necessaria. L'economia del lavoro temporaneo al contrario vive di queste differenze salariali e dell'arte di sottrarre una parte del salario alle sue vittime. Anche la nuova legge sui contratti a tempo non cambierà molto. 

Vuole aggiungere un'ultima parola?

Per uscire dalla trappola della ricattabilità di ogni posto di lavoro, che di fatto spinge i sindacati a considerare ogni lavoro temporaneo qualcosa che è sempre meglio della disoccupazione, dovremmo modificare il centro della nostra attenzione. L'immenso settore a basso salario, la diffusione della povertà fra i lavoratori, le divisioni che ci paralizzano, si fondano sull'accettazione su larga scala e a qualsiasi prezzo della dipendenza da un lavoro salariato.

I sindacati, e non solo, hanno perso di vista il fatto che il lavoro ha un senso sociale solo quando riesce a garantire le funzioni di sostentamento e di socializzazione e i suoi frutti hanno un'utilità sociale. Sappiamo che cio' molto spesso non accade. Perché allora non rimettiamo al centro la qualità della vita, e non iniziamo a valutare la qualità del lavoro secondo questo parametro?

lunedì 28 novembre 2016

Bombe tedeske

Secondo Berthold Kohler, condirettore della prestigiosa Frankfurter Allgemeine Zeitung, nel suo ultimo editoriale su FAZ.net, dopo l'elezione di Trump, per la Germania è arrivato il momento di dotarsi di un'arma nucleare. Da FAZ.net

Dato il terremoto geo-politico che con l'elezione di Trump potrebbe colpire il nostro continente, anche la Germania deve rivedere la sua politica di sicurezza.

Presto Frank-Walter Steinmeier si trasferirà al palazzo di Bellevue e la Germania avrà bisogno di un nuovo Ministro degli Esteri. La scelta del suo successore ancora non è stata fatta, la SPD sta prendendo tempo. Il nuovo Ministro degli Esteri dovrà rivedere la politica estera tedesca, in particolar modo la politica di sicurezza. Un "avanti cosi" sul percorso già noto non è possibile, soprattutto se nella politica mondiale dovessero materializzarsi quelle scosse geo-politiche che per ora sono solo state annunciate.

L'ordine sorto in Europa dopo la vittoria delle democrazie liberali occidentali sul dispotismo sovietico è entrato in crisi da quando Putin ha deciso di voler ridare alla Russia un ruolo di super-potenza. Anche la Cina qualche anno fa si è risvegliata dal suo torpore e ha iniziato a ricordarsi che i draghi hanno grandi aspirazioni. La spinta di entrambe le potenze ad estendere le loro zone di influenza viene contrastata da una contro-forza che da decenni garantisce la sicurezza dei suoi alleati in Europa e Asia: gli Stati Uniti d'America.

Che cosa accadrà all'architettura di sicurezza occidentale?

Si puo' e si deve sperare che Trump, quando si sarà ripreso dallo shock dell'elezione, impari alla svelta quali sono le responsabilità "dell'uomo piu' potente del mondo". Potrebbe anche diventare un presidente erratico che riesce a mantenere almeno alcune delle sue promesse, perchè se cosi' non fosse sarebbe bugiardo quanto il tanto criticato establishment. Anche se Washington non dovesse ritirarsi completamente dalle sue posizioni politiche e geografiche, e se anche lo scudo protettivo sugli alleati non dovesse crollare completamente, la convinzione che il destino dell'America sia indissolubilmente legato a quello dei suoi principali partner europei e del Pacifico è già stato messo in crisi, sia fra gli alleati che fra gli antagonisti. I dubbi seminati da Trump tuttavia mettono in crisi uno dei pilastri piu' importanti nell'architettura della sicurezza occidentale: la pace si crea con il potere dato da un deterrente.

Solo a sentirne parlare in Germania, dove ancora si sogna "di portare la pace senza armi", sono in molti a trasalire. La politica della deterrenza ha evitato che la guerra fredda si trasformasse in una apocalisse nucleare. La stabilità raggiunta grazie alle armi nucleari era infatti la base per una pacifica coesistenza e per le iniziative di disarmo, sulle quali anche Steinmeier ha investito una parte delle sue speranze politiche. Tuttavia per negoziare con successo con il Cremlino bisogna essere determinati e capaci di dimostrare di essere in grado di saper difendere i propri interessi, valori e alleati.

Un proprio deterrente nucleare

Se Trump dovesse restare sulle sue posizioni, allora l'America lascerà agli europei il compito di difendere l'Europa, compito che dal 1945 di fatto l'Europa non conosce piu'. Non sarebbe poi cosi' strano, ma certamente per molti europei sarebbe una sfida. Le conseguenze spiacevoli collegate, fino ad ora evitate grazie al tanto odiato ma molto comodo scudo americano, sarebbero molte: aumento della spesa militare, ad esempio, e ripristino della leva obbligatoria, di fatto delle linee rosse che per il cervello dei tedeschi restano alquanto inconcepibili. Fra le conseguenze ci sarebbe ovviamente anche un adeguato deterrente nucleare in grado di compensare i dubbi sulle possibili garanzie americane. Gli arsenali francesi e britannici nelle loro condizioni attuali sono troppo deboli. Mosca nel frattempo si sta riarmando.

Schierati su queste posizioni ("nessuna arma nucleare") ci sono proprio coloro che considerano Trump il peggior errore della storia americana, e sperano che alla fine ascolterà i suggerimenti di qualche consigliere saggio, o che magari si farà frenare dal sistema politico americano o forse interverrà una fata durante la notte a ridargli il senno politico. I responsabili della politica estera e della difesa europei e tedeschi, che intendono adempiere al loro ruolo e alle loro responsabilità, devono preparare i loro paesi all'eventualità che tutto questo non accada.

domenica 27 novembre 2016

Trump e i turbamenti dell'establishment tedesco

Ricevo da Claudio e molto volentieri pubblico. Ottima traduzione di un illuminante articolo pubblicato qualche giorno fa da RT Deutsch sulle reazioni dell'establishment tedesco dopo l'elezione di Trump. Grazie Claudio per la traduzione!


Le reazioni del mainstream tedesco in seguito alla vittoria elettorale di Donald Trump sono particolarmente significative, in quanto palesano il fatto che la Germania non sia semplicemente un vassallo degli Stati Uniti, bensì un componente essenziale del Neoliberalismo

Jean-Jacques Rousseau, uno dei grandi illuministi europei, fu colui che attribuì all'ultima regina di Francia Maria Antonietta la frase “Se non hanno più pane, che mangino brioche1!”, che sarebbe stata pronunciata proprio alla vigilia dello scoppio della Rivoluzione Francese.

Questo motto è divenuto un'icona linguistica per rimarcare la distanza tra le élite e le masse da loro governate; esprime l'ignoranza nei confronti delle esigenze e degli avvenimenti da parte di una classe dirigente immobilizzatasi nel proprio solipsismo, e che generalmente è l'elemento che fa sprigionare l'evento storico della rivoluzione.

Non è invece archiviabile come mera leggenda il fatto che fu Maria Antonietta a optare per una soluzione militare e che fece sfociare gli Stati Generali in un colpo di stato. Il risultato fu un acuirsi delle tensioni che accelerò lo sgretolamento dell'Ancien Régime. Anche in questo caso l'élite riteneva possibile ripristinare l'ordine (da non confondere con la pace) attraverso un intervento militare, nonostante l'inadeguatezza di tale strategia diventasse sempre più evidente con il passare dei giorni: non ci vuole una laurea in Psicologia per comprendere le dinamiche di tale meccanismo.

Eppure, anche nel caso in cui i paralleli con il presente risultino innegabili, la storia non si ripete mai in modo identico. La cognizione circa la dissociazione tra le élite occidentali e la vita quotidiana della maggioranza delle persone è ancora oggi, di nuovo, un tema decisivo. E la sensazione di trovarsi alla vigilia di un nuovo ordine mondiale è stata ulteriormente rafforzata dopo l'elezione di Trump a Presidente degli Stati Uniti. È in questi momenti di sconvolgimento dell'ordine vigente che si manifestano apertamente le fondamenta e l'impalcatura sulle quali poggia l'ordine stesso. Per un istante gli effetti speciali del palcoscenico si inceppano e, nel frattempo, diventa visibile il meccanismo che è adibito alla riproduzione artificiosa della realtà. Questo è quanto è avvenuto quel mercoledì mattina, quando sono diventati definitivi i risultati delle elezioni americane. Questi momenti di scombussolamento si stanno verificando sempre più spesso: la loro frequenza aumenta e ciò indica che qualcosa alla base non funziona più correttamente.

Attraverso il turbamento nella struttura ordinaria dello schema politico generato dal risultato elettorale americano si è potuto riconoscere per un momento il vero volto dell'establishment tedesco. Il rimprovero più volte sollevato nei confronti della Germania, ossia di essere un vassallo degli Stati Uniti, deve essere questa volta sospeso, in considerazione della reazione aggressiva dei politici e dei media mainstream.

Il ministro della Difesa tedesco Ursula von der Leyen esige da Trump una dichiarazione di lealtà riguardo l'alleanza NATO, la Merkel lancia ammonizioni circa il rispetto dei diritti umani e confonde per l'ennesima volta il concetto di identità sessuale, che nulla ha a che vedere con i diritti umani, professando con ciò la sua ignoranza a riguardo. Il populista (in materia economica), nonché Ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble si mostra preoccupato per l'indipendenza della FED – la Banca Centrale americana – e, a sua volta, mette in guardia dai populisti. Il Ministro degli Esteri Franz-Walter Steinmeier, che viene proposto come candidato per la carica di Presidente Federale, perde il proprio aplomb diplomatico e per il momento non si congratula per la vittoria elettorale, screditandosi per un qualunque incarico che richieda un certa discrezione. Probabilmente otterrà ugualmente quella carica, giacché, in definitiva, in un Ancien Régime non sono le qualifiche a risultare determinanti, bensì la rete di conoscenze.


Ad ogni modo cosa rivelano questi atteggiamenti inauditamente aggressivi da parte del mondo della politica?

L'ultima copertina dello Spiegel raffigura Trump come una meteora impazzita diretta contro la Terra e annuncia la fine del mondo (come noi lo conosciamo), lo Stern tratteggia un futuro a tinte fosche, lo Zeit non perde l'occasione di imprecare contro gli elettori, il Süddeutsche Zeitung riproduce un respiro agonico, mentre lo Springer Verlag impiega una buona mezza giornata prima di riprendersi, poi però il massacro parte anche lì.
Dopo quasi un anno di resoconti apocalittici sulle elezioni statunitensi, che toccarono l'apice preconizzando un disastro, i media non si sono fermati un attimo mantenendo imperterriti la loro scadente qualità e tentando addirittura di abbassare ancor di più il loro già squallido livello di giornalismo.


Cosa può spiegare questa follia mediatica?

Improvvisamente ai rappresentanti della politica e dei media saltano in mente fatti relativi agli USA che sarebbero stati liquidati come americanismo da strapazzo qualora fossero stati pronunciati solo due settimane prima.


Cos'è successo?

Di attinente con i fatti che si sono verificati o con quanto Trump farà non c'è assolutamente nulla, e in definitiva la campagna elettorale è stata condotta in modo indegno e non certo come una discussione o uno scambio argomentativo. C'è un programma elettorale e un breve discorso in cui Trump, all'indomani delle elezioni, ringrazia i propri elettori e finanche Hillary Clinton per il suo impegno in favore degli Stati Uniti, annunciando la sua volontà di riappacificare i partiti e di essere il Presidente di tutti gli americani. Professa di voler istituire un governo al servizio dei cittadini e annuncia un vasto programma per le infrastrutture, un progetto di crescita nazionale. Parimenti la sua politica estera è improntata alla riconciliazione: Trump vuole certamente perseguire gli interessi degli Stati Uniti mantenendo tuttavia un atteggiamento collaborativo e non ostile nei confronti degli altri Paesi. Ma in realtà lui non aveva mai dichiarato nulla di diverso; stona con l'immagine di psicopatico con cui era stato dipinto e risulta invece essere alquanto ragionevole. “Gli uomini e le donne finora dimenticati non saranno più abbandonati a sé stessi” è la chiosa passionale del suo breve discorso.

Cos'è allora che ha fatto scattare questa furia insensata da parte della politica e dei media tedeschi?Cosa ha indotto i telegiornali che avevano accompagnato in modo orribilmente grottesco le elezioni americane a pubblicare a quattro giorni di distanza dal risultato degli scrutini un articolo in cui si tenta di collegare la vittoria di Trump a un rigurgito di violenza razzista negli Stati Uniti? Nessuna testata giornalistica seria si lascerebbe mai scappare un'affermazione del genere perché nessuna fonte sufficientemente attendibile sarebbe in grado di dimostrarla.

La ricerca va condotta, come al solito, su quanto non viene detto. C'è un particolare della campagna elettorale di Trump che non è stato discusso qui in Germania: il neo presidente aveva annunciato di voler ripristinare posti di lavoro negli Stati Uniti, lanciando in questo modo il guanto di sfida alla Cina. L'agenda politica di Trump prevede dazi doganali e la Cina, come è noto, produce più di quanto consuma; la sua imponente crescita economica degli ultimi anni è dovuta, in larga parte, proprio all'export. Ciò nonostante, ultimamente sta facendo sempre più affidamento sul suo immenso mercato interno, distanziandosi progressivamente dal modello di crescita incentrato sulle esportazioni.

Nel globo terracqueo vi è però un altro Paese che ha promulgato a più non posso questo modello economico, sui cui media il titolo “Campioni del mondo dell'export” viene venerato come il vitello d'oro. Trump è stato il primo presidente americano dopo la Seconda Guerra Mondiale ad aver osato mettere in discussione il paradigma economico tedesco, ritenuto “asociale2” nei confronti del resto del mondo; tale modello consiste, in poche parole, nel contenere i salari nel tentativo di aumentare la produttività, affinché i beni possano essere esportati più facilmente all'estero. Questo però comporta inevitabilmente anche “un'esportazione di disoccupazione”: in questo modo la Germania sta promuovendo la disgregazione dell'Unione Europea (in particolare dell'Eurozona) e si ritrova ormai sul banco degli imputati a causa del suo surplus, che, da un lato, sta compromettendo il benessere degli altri Paesi e, dall'altro, produce un tipo di crescita che richiede inevitabilmente l'esclusione dei dipendenti salariati dai profitti generati, altrimenti il modello di crescita economica andrebbe in tilt.


Con Trump gli accordi internazionali liberistici come il TTIP vengono meritoriamente messi in soffitta.


L'arrivo di Trump rende però anche visibile ciò che finora era rimasto nascosto. Le élite tedesche non sono semplicemente un vassallo degli Stati Uniti, bensì un motore fondamentale di quel consesso che vorrebbe far attecchire in ogni angolo del pianeta la forma attuale di Neoliberalismo. Lo si può notare dal modo in cui salutano la conseguente militarizzazione e la frattura della società. Tale consenso annovera personaggi provenienti dall'intero spettro politico e mediatico: in ogni partito e in tantissimi mezzi di informazione ci sono singoli elementi che perseguono un certo tipo di politica, e nel complesso tutti i partiti e la totalità del sistema mediatico condividono l'agenda neoliberale.

Grazie a Trump è inoltre visibile quanto le élite tedesche abbiano subordinato il pensiero politico in favore delle Relazioni Pubbliche e del Marketing. Da tempo, ormai, non c'è più traccia – e questo ormai lo percepiscono e lo sanno in molti – di una ricerca di alternative e di un compromesso per il bilanciamento degli interessi di tutti i gruppi sociali in gioco; al contrario si procede con la propaganda più convincente possibile di una presunta mancanza di alternative a scapito della maggioranza delle persone. Tutto ciò non è più accettabile.

Gli sconvolgimenti scatenati dalle elezioni americane mostrano anche che in Germania non c'è un'alternativa di sinistra ad un Donald Trump. La sinistra, in seguito alla pressione derivante dalla caduta dell'Unione Sovietica negli anni '90, ha smesso di sollevare la questione della ridistribuzione dei profitti, per rincorrere quella della partecipazione e dell'inclusione. In termini cromatici, bandiere arcobaleno al posto di bandiera rossa. Questo è stato un errore madornale, ormai difficilmente lo si può negare. Gli Antifa sventolano bandiere in una dimostrazione anti Trump davanti all'Ambasciata di Berlino e reclamano pace e il rispetto dei diritti umani. L'imbarazzo, la goffaggine e l'inconsapevolezza che quelle immagini esprimono a livello psicologico fanno male. La sinistra in Germania assomiglia a un piccolo conglomerato conforme al sistema. Grazie a Trump si verificherà un maggior numero di rivendicazioni degne della vera sinistra rispetto a quanto è stato fatto sotto Obama o quanto si sarebbe fatto con la Clinton.

La Germania, i suoi partiti e le sue corporazioni svolgono un ruolo centrale in seno al progetto neoliberale di riorganizzazione del mondo. In quest'ottica la reazione al voto americano diventa facile da interpretare. Si capisce come mai la notizia che il presidente venturo voglia cercare di conciliarsi con la Russia scateni quest'ondata di panico. Per un istante il telone è stato stracciato: pace e accordi con la Russia? Per il ministro della Difesa tedesco, per i politici di ogni partito, per gli articolisti, per gli Antifa, per i gruppi di sinistra, per tutti loro ciò rappresenta un pensiero raccapricciante. Molto meglio lasciare in piedi l'attuale aggressione strutturale.

L'immagine della Russia malvagia, che allunga la sua mano in direzione della pacifica Europa, è stata amplificata. Attribuirle un ruolo così nefasto e minaccioso significa essere spiccatamente disinformati circa gli sviluppi verificatisi nella Federazione Russa; la Russia sta sviluppando assieme ad altri Stati un'imponente rete di progetti all'impronta della collaborazione reciproca: i BRICS, le nuove vie della seta, l'unione doganale e il gruppo di Shanghai dovrebbero essere usati come semplici rimandi a concetti o realtà ben note. E quindi, invece di perseguire questo progetto tutt'altro che irrilevante, alla Russia salterebbe ora in testa l'idea di invadere militarmente la Lituania... non poteva esserci argomento più ridicolo. Il guaio è che questo è il livello della discussione politica in Germania.

In fondo i Tedeschi dovrebbero applaudire un Presidente americano che non ha intenzione di ridurre in cenere nucleare l'Europa; la Clinton sarebbe stata pronta a ciò. Dovrebbero acclamare chi osteggia apertamente il TTIP; la Clinton non avrebbe invece mollato la presa. Dovrebbero schierarsi dalla parte di chi vuole evitare la guerra; la Clinton invece – come ha fatto anche Obama – avrebbe calpestato ogni diritto internazionale pur di attenersi ad un'idea di America che sovrasta gli altri popoli e le altre nazioni.

Ma il fatto che ciò non accada, simbolo di un'evidente ignoranza politica del popolo tedesco, è assai preoccupante.

L'ultima regina di Francia Maria Antonietta aveva origini tedesche. D'altronde lo stesso valeva per la zarina russa Caterina la Grande; il suo nome incarna il fiorire della cultura e del sentimento nazionale russo. La recente tornata elettorale ha dimostrato che la Germania deve decidersi: in questo momento essa si trova avvinghiata all'agenda neoliberale, ponendosi pertanto in modo molto esplicito contro ogni progetto che miri alla pacificazione. Ma la posizione della Germania è sempre più isolata. Dobbiamo veramente attenerci al copione? Di nuovo “Deutschland über alles”? Così non può funzionare.

1 Si tratta ovviamente di una traduzione libera in quanto l'articolo originale riporta: “Se non hanno il pane perché non mangiano torte?”



2 A mio giudizio il termine tedesco asozial ha una valenza connotativa difficilmente traducibile in italiano (cfr. il suo impiego, nell'Umgangssprache, per descrivere gli atteggiamenti e i comportamenti di un particolare strato socio-culturale della società tedesca).